Belve: come abitano gli animali nella foresta della comunicazione

Simone Dragonetti
Simone Dragonetti
Marketing Manager

“E lei che belva si sente?” Così Francesca Fagnani apre le interviste di “Belve”, il suo programma che permette ai personaggi italiani di raccontarsi senza maschere.

Le risposte degli intervistati sono spesso curiose. Fabrizio Corona afferma di essere “Un orsetto”, Carla Bruni è “un gatto” e la stessa Fagnani si sente “un Jack Russel che ti morde e non ti molla mai”. Tranne alcune eccezioni, tutti i personaggi si identificano in un animale per qualche motivo.

Nell’immaginario collettivo gli animali non sono solo “altri esseri viventi” ma anche portatori di messaggi che facilitano la comunicazione.

Furia Cavallo del West

l cavallo è potenza, eleganza e libertà mentre il leone è il re della savana. Provate a pensare a quante attività hanno un animale come logo: Ferrari, Lacoste, Mailchimp, Hello Kitty, Redbull, potremmo andare avanti per ore.

Utilizzare animali per parlare delle proprie qualità, identità o punti di forza è un metodo frequente, ma soprattutto efficace. Infatti fanno parte di un mondo già decodificato dall’uomo, un sistema di significati già costruito, condiviso e che fa leva sull’emotività.

Per questo motivo non è un caso trovare decine di realtà che utilizzano questa soluzione comunicativa.

Charles Darwin

Il legame tra uomo e animale non è una scelta culturale, è qualcosa di molto più antico. Le teorie dell’evoluzione lo confermano: siamo una delle tante specie esistenti, condividiamo il 98,7% del DNA con gli scimpanzé e millenni di coabitazione con cani, gatti e cavalli hanno plasmato il nostro modo di percepire il mondo animale.

Nel branding, il logo è forse l’elemento più importante, è ciò che connette l’esterno all’interno e anche un mediatore di messaggi.

In un contesto dove la sfida costante è “essere ricordati”, spesso questa soluzione risulta vincente. L’animale trasferisce valori in modo immediato, senza bisogno di troppe spiegazioni: condividiamo le definizioni, conosciamo le caratteristiche, interagiamo frequentemente con loro. Per questo li ricordiamo e riconosciamo facilmente, anche quando fortemente stilizzati.

Pretty Privilege

L’uso di animali non solo facilita la comprensione di messaggi, può anche influenzare la percezione che il consumatore ha di un’azienda. Anche nel mondo animale si registra il “Pretty Privilege”, un fenomeno che vede gli animali più brutti ricevere meno fondi per la loro conservazione, a vantaggio di quelli buoni, carini e carismatici.

Una realtà che ha come mascotte un piccolo e simpatico gufetto verde potrà mai essere “cattiva”?  Per questo motivo  “Duo” – la mascotte di Duolingo, un’app per l’apprendimento delle lingue – è diventato una star, facendo affezionare le persone di tutto il mondo al brand. 

Orangorenna

La potenza della “comunicazione animale” era tanto forte che ha intrigato anche noi. Come nasce L’orangorenna? Esiste davvero? Ogni tanto ce lo chiedono.

I nomi composti degli animali non sono una novità, esistono lo squalo-tigre e lo squalo-balena, il pesce-gatto, la rana-leopardo e molti altri. Anche la scienza sfrutta questa capacità comunicativa per denominare speci di animali con particolari caratteristiche.

L’orangorenna è risultato e simbolo del nostro processo creativo. È l’eccezione che conferma la regola. Infatti questo animale – ovviamente – non esiste, nessuno l’ha mai visto ed è estraneo quindi ad ogni significato già costruito. Essere estranei a questo sistema significa non avere vincoli: possiamo innovare, cercare punti di vista originali e produrre contenuti unici.

Conclusioni

Gli animali che usiamo per comunicare ci piacciono perché hanno già un significato. L’Orangorenna ci piace perché non ce l’ha ancora.

In un mondo dove tutti attingono agli stessi simboli, uscirne non significa perdersi — significa avere finalmente spazio per dire qualcosa di nuovo.

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